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La bottega del sapere

Vivere senza impostura

di Gabriele Mazzitelli


Era metà degli anni Novanta del secolo scorso. Non so dire se si vivesse meglio o se si vivesse peggio. Il nostro è un Paese in cui le stagioni cambiano, ma spesso si ha la sensazione che si faccia fatica a rimediare a dei problemi che sembrano essere storicamente endemici. Di certo ero più giovane di trenta anni. E già da qualche anno dirigevo una biblioteca in un ateneo che stava faticosamente nascendo, cercando di trovare un suo spazio in una città complicata come Roma. Ero socio dell’AIB da qualche tempo, ma la mia militanza era tutto sommato recente. Proprio in quel decennio, però, divenni prima segretario e poi presidente della sezione Lazio, e a seguire coordinatore della Commissione nazionale Università e ricerca. Ricoprendo questi ruoli avevo modo di organizzare e partecipare a incontri con altri colleghi, mi capitava di tenere dei corsi, ero presente ai congressi annuali, facevo insomma parte della comunità attiva dell’Associazione. Era questa la cornice in cui ho vissuto in quegli anni Novanta l’imporsi di Internet in biblioteca. E sono anche diventato membro della redazione di AIB-WEB. Il mio ricordo di Eugenio è strettamente legato a quella esperienza e a quegli anni.

Non so se fossero anni migliori o peggiori di questi. Ma di sicuro erano diversi. E non solo perché avevo trenta anni di meno. Diverso era lo spirito e, oserei dire, anche la speranza che li animava, vale a dire l’idea che la Rete — questa novità dalle potenzialità allora ancora tutte da esplorare — potesse essere governata senza tradire i principi fondanti della nostra professione e dovesse essere uno strumento di servizio, capace di rendere la biblioteca più accessibile e ‘user friendly’, come si sarebbe detto di lì a poco, ma senza mai cedere alla tentazione dei fronzoli, degli abbellimenti inutili: al passo coi tempi, ma non alla moda.

La gestione del sito web dell’Associazione fu il laboratorio in cui si incontrarono dei bibliotecari curiosi, che volevano imparare e cercare di governare quella dirompente novità. Non so se fossero più bravi di altri, non lo credo, almeno per quello che mi riguarda, ma so che ebbero la fortuna di trovare in Eugenio un maestro. Se di AIB-WEB Riccardo era la guida per così dire politica, Eugenio ne rappresentava l’indiscutibile riferimento tecnico.

Non ho alcun desiderio di celebrare quell’esperienza e non solo perché avrebbe il sapore della testimonianza di un “reduce”, ma soprattutto perché credo che il primo che rifiuterebbe una lettura di questo genere sarebbe proprio Eugenio. Insomma per i casi della vita professionale un gruppo di bibliotecari si ritrovò assieme a Riccardo e a Eugenio a lavorare a un progetto in itinere, che era fondato su delle regole precise che ambivano a costruire un web non per bibliotecari, ma redatto da bibliotecari.

In un giorno della fine di maggio del 1997 partecipai qui a Torino a un incontro del Coordinamento nazionale della biblioteche di architettura con un intervento dal titolo “L’AIB-WEB”. Il sito aveva debuttato ufficialmente nel marzo di quell’anno dopo che alcune pagine sperimentali erano state ospitate a partire dall’ottobre del 1995 dal Dipartimento di Studi storici della Sapienza. Davo conto in quell’intervento della genesi del sito, di come era stato ideato e di come venisse aggiornato tentando “di costruire, grazie all’apporto di un manipolo di soci volenterosi, uno strumento informativo che non serva assolutamente da specchietto per le allodole, ma assolva a sua funzione professionale, di informazione certo, ma anche di rispetto di alcune regole […] di archiviazione, ordinamento e catalogazione che sono proprie del nostro mestiere e che possono trovare anche nel mondo di Internet una loro più che degna sfera di applicazione”.

In una nota finale ringraziavo Riccardo e in particolare Eugenio per aver collaborato al mio intervento con preziosi suggerimenti: credo che la citazione che vi ho riportato, tradisca la presenza della sua mano. Direi che vi sono sintetizzati il suo approccio, la sua filosofia gestionale, anzi voglio usare un termine ancora più impegnativo, ma molto appropriato quando si parla di Eugenio: la sua visione etica. Un’etica che credo di poter dire che la redazione di AIB-WEB fece propria. In seguito il rispetto di quelle regole — quell’etica — ci attirò delle critiche, si disse che il sito dell’Associazione era in mano a dei ‘talebani’. Così come non mancarono attacchi per la gestione di AIB-CUR, di cui Eugenio è stato la colonna portante per decenni, arrivando a parlare di una presunta censura. È il passato. Non starò a rinvangarlo né a darne valutazioni. Ma di una cosa sono certo: chi cerca facili polemiche spesso ribalta la verità e si fa passare per vittima in modo da poter agire da carnefice.

Credo che dell’esperienza di AIB-WEB quello che per me è più significativo, a parte il rapporto di reciproca stima e di collaborazione con i colleghi con cui condivisi il lavoro di redazione, è stato l’aver potuto apprezzare un metodo di lavoro, l’aver colto anche grazie all’esempio di Eugenio un modus agendi che inevitabilmente assumeva un valore più generale e finiva per diventare uno stile di vita. Non posso negare che spesso partecipavo alle nostre riunioni con un qualche timore reverenziale nei suoi confronti: serpeggiava in me la paura di sbagliare o di non essere all’altezza del compito assegnatomi. Ma era un timore infondato: mi è difficile non ricordare che, per smentire questo mio timore, sempre in quegli anni pioneristici, durante un convegno bolognese, Eugenio riuscì finanche a lodare un mio disegnino molto scolastico e quasi infantile — vergato su un acetato, come si usava all’epoca — della rete di CD-ROM, installata nella mia biblioteca.

Ho detto che non è mia intenzione indulgere nella celebrazione. In conclusione non voglio però nascondervi che mi è talora capitato di associare la figura di Eugenio a quella di Velimir Chlebnikov, il sacerdote, l’archimandrita dei cubofuturisti russi, come lo definisce Angelo Maria Ripellino, un poeta capace di anticipare i tempi, un visionario cittadino della quarta dimensione, istrionico autore di incredibili poemi palindromi, geniale inventore di neologismi e utilizzatore della lingua transmentale, un uomo sempre coerente con sé stesso e per questo destinato a essere molto apprezzato e quasi venerato dalla cerchia dei suoi sodali, ma che non amava la ribalta e non cercava né visibilità né particolari riconoscimenti. Faceva il suo: e il suo era cercare di vivere come sapeva e come credeva fosse eticamente giusto, dando così concretezza a quei versi in cui Boris Pasternak sostiene che

essere rinomati non è bello,
non è così che ci si leva in alto. […]
Ma occorre vivere senza impostura,
viver così da cattivarsi in fine
l’amore dello spazio, da sentire
il lontano richiamo del futuro. […]
Altri, seguendo le tue vive tracce,
faranno la tua strada a palmo a palmo,
ma non sei tu che devi sceverare
dalla vittoria tutte le sconfitte.
E non devi recedere d’un solo
briciolo dalla tua persona umana,
ma essere vivo, nient’altro che vivo,
vivo e nient’altro sino alla fine.

 


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