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di Sergio Iovacchini
Ho conosciuto Eugenio quando ambedue prendemmo servizio al Centro di calcolo dopo aver vinto il concorso da tecnico. A dire il vero avremmo potuto conoscerci quando entrambi frequentavamo l'istituto chimico; io sono molto poco fisionomista, ma tra gli studenti di chimica di quel periodo c'è chi lo ricorda benissimo: capelli lunghi alla maniera del millecinquecento, una cappa scura, l'aria assorta. Io non lo ricordo, anche perché non appena costituitosi il corso di laurea in informatica Eugenio subito vi si iscrisse, orgoglioso di avere un numero di matricola, il diciassette, tra i primissimi.
Concorrere al posto da tecnico sembrava difficile come vincere un terno al lotto: dieci posti su oltre settecento partecipanti. Per me lavorare all'università sembrava un sogno, forse avrei anche pagato per potermi occupare di argomenti così interessanti. Credo che per Eugenio fosse lo stesso. Era un bellissimo ambiente con molte persone dai molteplici interessi.
Eugenio è stato uno dei miei maestri: il primo argomento su cui ci siamo scambiate le opinioni e le relative conoscenze fu l'importanza della classificazione per la cultura ed in generale per tutto ciò che riguarda il processo di conoscenza. Per me è stata quasi una rivelazione, riuscivo a capirne l'importanza nei ragionamenti, non pensavo a delle applicazioni automatizzate come ausilio alla conoscenza, ma anche alla diffusione della conoscenza. In quelle occasioni conobbi l'importanza della classificazione per esempio per conoscere quali sono i libri relativi ai rispettivi campi di interesse. L'aver indagato sulla classificazione, e corrispondentemente sulla somiglianza, mi ha consentito di immaginare un meccanismo di formazione del ragionamento. Fu per la sua conoscenza delle modalità di classificazione delle conoscenze che si impegnò nella realizzazione di cataloghi di libri e di periodici. Ultimamente si era dedicato allo studio della botanica: lo divertiva l'applicare la classificazione alla determinazione della specie e allo studio degli ambienti.
Il comune desiderio di indagare su svariati argomenti della cultura ha fatto sì che spesso Eugenio sia stato mio maestro; soprattutto mi ha ha insegnato a considerare con la dovuta attenzione quegli aspetti troppo spesso sottovalutati dalla cultura ufficiale, che a partire dalla visione romantica hanno esaltato esageratamente il “genio” e messo del tutto in disparte l'“artigiano”. Per Eugenio era “artigiano” anche Mozart, che ovviamente conosceva benissimo. Mi raccontò che a 14 anni, in viaggio a Roma col padre, l'11 aprile 1770, nella Cappella Sistina, ascoltò il Miserere di Gregorio Allegri, il cui spartito era tenuto tanto segreto da minacciare di scomunica chi lo avesse divulgato. Quella sera Mozart, a memoria, ne ricostruì la quasi totalità, che completò due sere dopo riascoltanto l'opera. In occasione del racconto di questo avvenimento Eugenio mi fece capire come occorresse essere un artigiano, un lavoratore che costantemente si impadronisce della tecnica e che grazie alla sua grande padronanza riesce ad esprimere ciò che desidera. La grande conoscenza che deriva dall'essere “artigiano” permette di comprendere come il fruitore dell'opera possa interpretarla, in modo da costruire l'opera stessa così che possa “raccontare” a chi ascolta: Mozart parla usando la musica, e può farlo perché prima di essere il sommo artista è l'“artigiano”.
All'epoca ero appassionato di pittura moderna, ero infatuato dal “genio” creatore; capivo ciò che l'artista voleva comunicare perché conoscevo i temi dibattuti nell'ambiente in cui egli si era formato; insomma adeguavo il mio giudizio a quello della critica ufficiale. Eugenio, portando alla mia attenzione l'importanza dell'artigianato, mi aveva fatto capire quello che poi ho considerato l'aspetto di gran lunga più importante dell'arte: l'universalità della comunicazione. Anche se questa non è raggiungibile, è tanto più importante quanto da più persone può essere fruita.
Frequentavamo spesso insieme i mercatini delle cose vecchie, degli “acchiappapolvere”, come egli li chiamava usando il termine piemontese. Era affascinato dal senso di continuità della vita che essi trasmettono. Mi raccontò di aver visto un carretto che usava, per agganciare un animale da tiro, un albero fatto crescere in modo che potesse servire a tale uso. Mi faceva notare come, data la lenta crescita dell'albero, fosse probabile che chi lo aveva messo in forma probabilmente non lo avrebbe usato e che sarebbe servito ai figli: tutto un modo di interpretare l'esistenza umana.
Essendo io ed Eugenio soprattutto impegnati nelle realizzazioni nel campo dell'informatica, sono stato da lui influenzato dal suo modo di vedere. All'inizio ero del parere che uno strumento informatico dovesse essere costruito per un utente che fosse totalmente digiuno di ogni conoscenza del caso, e che quindi lo strumento dovesse essere estremamente complesso: io stesso in precedenza avevo realizzato strumenti con questo criterio. Eugenio invece pensava di realizzare soltanto la parte necessaria a realizzare ciò che serviva.
Questo suo modo di vedere mi ha portato a considerare in modo diverso l'uso dell'elaboratore: non con gli specialisti che preconfezionano delle funzioni da utilizzare, chi le utilizza dovendo soltanto sottostare alla modalità prevista e voluta da chi ha realizzato il software; ma come disponibilità di funzioni da comporre per realizzare ciò che si desidera. Un elaboratore ha potenzialità ben maggiore del suo passivo utilizzo: ce ne si può rendere conto confrontando l'uso che di esso si potrebbe fare con l'uso della scrittura. Per esempio, nella dimostrazione dei teoremi di matematica, prima della scrittura il matematico doveva tenere tutto a mente, il che limitava le dimostrazioni a quelle meno complesse, mentre usando la scrittura era possibile con essa tenere traccia dei passaggi ed affrontare anche situazioni complicate. Per mezzo dell'uso dell'elaboratore è possibile utilizzare formule matematiche estremamente complesse usando l'elaborazione simbolica (computer algebra system), così come è possibile sfruttare le iterazioni, ed attualmente anche alcune tecniche di intelligenza artificiale. Occorre solo conoscere l'informatica così come un tempo occorreva saper scrivere, ed occorre una mentalità per cui il mondo non debba essere diviso tra chi produce e chi usa, ma occorre pensare ad una scienza diffusa in modo che chiunque possa da solo facilmente realizzare ciò che gli serve.
Ecco: i discorsi con Eugenio, che vantava l'attenzione al “piccolo”: artigianato prima dell'arte, le realizzazioni ad hoc invece dei sistemi omnicomprensivi, mi sono serviti a pensare allo sviluppo del processo di conoscenza ed a immaginare strumenti di composizione di funzionalità. Mi manca immensamente il suo modo di elaborare le conoscenze e di saperle integrare con la curiosità che vita quotidiana ci stimola.
Geni e artigiani = (ISKO Italia. Documenti. La bottega del sapere) — <https://www.iskoi.org/doc/gatto/iovacchini.htm> : 2025.08.06 - 2025.08.25 -