ISKO Italia. Documenti. La bottega del sapere
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di Claudio Gnoli
Alcune persone ci risultano tanto significative e consonanti che, anche in loro assenza, viene spesso alla mente quello che direbbero nella situazione presente, come se avessimo assorbito un po’ del loro modo di ragionare. Mi rendo conto che mi succede così con Eugenio Gatto dopo oltre vent’anni di incontri durante i quali mi ha trasmesso osservazioni piene di senso, sempre a partire dal contesto specifico piuttosto che con discorsi astratti.
È stato infatti il mio periodo più concretamente formativo quello nella redazione volontaria del sito dell’Associazione italiana biblioteche. Potei entrarvi in contatto grazie a colleghi milanesi come Gianni Colussi, Maurizio di Girolamo e Manuela D’Urso, che mi avevano coinvolto in esotici scambi telematici via terminale e in cene a margine del convegno delle Stelline o del Salone del Libro. È lì che devo aver conosciuto anche i coordinatori del sito, Ridi e Gatto, che nel tempo sarebbero stati le personalità che più mi avrebbero influenzato; e lo stesso Riccardo Ridi riconosce Eugenio come “vero maestro”, ricordando che “è sempre stato difficilissimo indurlo a parlare o scrivere per un pubblico generico, ma, di fronte a un argomento su cui si ritenesse competente e a degli interlocutori davvero interessati, era prodigo di spiegazioni”.
Una competenza, la sua, mai bramosa di riconoscimenti e qualifiche, anzi in gran parte rimasta nell’ombra, se non per chi era interessato a lavorare insieme su realizzazioni concrete. Espressione del suo generale modo di essere che applicava anche nella musica, nella gastronomia, nella botanica e ovunque, fiducioso nell’apprendistato dell’esperienza pratica più che nelle teorizzazioni a cui spesso ci si limita negli articoli e nei convegni — anche quelli ispirati ai condivisibili obiettivi sullo sviluppo del sapere pubblico e sui principî della sua accessibilità, sentendo enunciare i quali una volta reagì chiedendosi ad alta voce: «...perché non lo fate?!».
Delle straordinarie possibilità che si aprivano con l’arrivo nelle biblioteche della telematica, Eugenio si interessò appunto alle applicazioni in prima persona, documentandosi a fondo per proprio conto sui comandi di dialogo con i server e sui linguaggi di marcatura di cui consistono le pagine del Web — il “triplo vu doppio” come lo chiamava — per poi impostare l’architettura concettuale del sito ancora tutto da sviluppare dell’AIB, fatta di nomi di cartelle e file e dei loro collegamenti ipertestuali. Al manipolo di volenterosi collaboratori sparsi per l’Italia che con Ridi aveva raccolto, sempre aperto a nuovi ingressi, insegnò ad utilizzare poche operazioni condivise di base, come l’utilizzo di un client FTP per pubblicare o per aggiornare una pagina.
In questo modo ci metteva in grado di beneficiare degli aspetti realmente rivoluzionari del nuovo medium, che oltre a guardare passivamente, come eravamo abituati dall’era dei televisori, potevamo ora contribuire a far crescere. Ci insegnava a scrivere contenuti che chiunque nel mondo avrebbe ora potuto leggere. Una partecipazione attiva che solo più tardi si è diffusa con i wiki, i blog e i social network, tutti però fondati su tecnologie più complesse e pesanti e meno direttamente controllabili dal singolo utente, e della cui moda “2.0” Eugenio non era entusiasta, dichiarando provocatoriamente come uno scolaro che sembrasse rimasto indietro: «io sono ancora al Web uno…».
In realtà, come amava ricordare, per trasformare una frase in un testo leggibile su qualsiasi browser era sufficiente farla precedere da “minore, pi, maggiore”: il marcatore di capoverso <p>, senza necessità di ulteriore software. Sebbene cioè HTML e il suo ausiliario CSS offrano svariati marcatori e attributi per impaginare elegantemente, per scrivere una pagina funzionante ne bastano pochissimi. HTML è infatti il linguaggio standard definito da convenzioni internazionali tuttora valide, che permette di pubblicare contenuti visibili da qualsiasi dispositivo richiedendogli quantità di memoria minime (anche in una piccola biblioteca nella provincia sperduta, anche in una nazione in via di sviluppo), indipendentemente dalle sue caratteristiche specifiche (ad esempio un browser senza immagini, come Lynx su cui Eugenio provava le nostre pagine, oppure uno per ciechi). Negli anni si sono aggiunte a questa tecnologia di base tante sovrastrutture, da cui la maggior parte degli utenti è stata distratta e indotta a credere che fossero necessarie — anche per alimentare la logica dell’economia di mercato, che ha sempre bisogno di venderci qualcosa di nuovo — mentre in molti casi rischiano di risultare degli ostacoli che, in cambio di aspetti più accattivanti, rallentano la macchina o rendono necessaria l’installazione di software particolari, approccio cui Eugenio si opponeva con tutto sé stesso, esclamando: «è una questione di religione: a me piace leggere!!»
Oggi osservo la stessa dinamica nei telefoni cellulari che, dopo averci messi in grado di scambiarci messaggi con grande comodità, tendono a incoraggiare l’uso di immagini e video perlopiù superflui, inducendo all’acquisto di dispositivi più costosi e inquinanti, anche in termini di energia consumata dai router che devono trasmetterli; ma il mezzo più universale e al tempo stesso più economico rimane di gran lunga il semplice testo, giacché un carattere corrisponde ad un solo byte di memoria. Lo stesso vale per la spinta a installare app fidelizzanti distinte per mille funzioni che sarebbero già realizzabili fornendo semplicemente l’indirizzo aperto di una pagina sull’unico Web.
Piuttosto, nel momento in cui si gestiscono documenti e loro aggiornamenti, occorre adottare qualche accortezza metodologica che dovrebbe essere ovvia per chi tratta documenti per mestiere, e che perciò Eugenio descriveva come “da bibliotecari”. La scelta dei nomi di cartelle e file ha implicazioni sulla lunghezza degli indirizzi, sulla loro comprensibilità e sul loro ordinamento alfabetico, che diventa rilevante quando i documenti sono molti. Ce lo hanno insegnato già le tecniche di classificazione bibliografica, specialmente quelle approfondite da S.R. Ranganathan che egli trovava ammirevolmente efficaci, e anche di esse aveva acquisito una conoscenza dettagliata. Non si tratta di soluzioni appartenenti al mondo obsoleto del cartaceo, come purtroppo molti credono, ma di principî semantici di base che risultano molto utili anche nel digitale, come affermò tra l’altro ad una giornata di studio torinese. I nomi che cominciano con gli stessi caratteri permettono di raggruppare i file in posizioni vicine; quelli con le prime lettere dell’alfabeto, o i primi simboli della polizza ASCII, ne producono la visualizzazione all’inizio degli elenchi; e via dicendo.
Ed è così, ossia facendolo, che ho imparato ad usare la penna, l’inchiostro e il calamaio. Una volta imparato ho continuato a scrivere anche da solo, curando gli aspetti strutturali di altri siti come appennino4p.it o isko.org, e in particolare negli ultimi anni lo sviluppo dell’ISKO Encyclopedia of Knowledge Organization con i suoi rimandi interni e i suoi indici. Ogni volta che compio un aggiornamento con FTP, in un angolo della mia testa ci sono le indicazioni operative di Eugenio. Ammetto che non sempre le ho applicate altrettanto rigorosamente, per la fretta di rendere disponibili i contenuti, mentre lui era capace di “perdere tempo” soffermandosi su piccoli particolari con prodighe spiegazioni tecniche — in genere per posta elettronica, qualche volta sul sito stesso — probabilmente perché, di nuovo, riteneva che l’esperienza del caso particolare sia un insegnamento più durevole di molti principî astratti. Così come l’applicazione dei principî da bibliotecari preferiva dimostrarla concretamente con i suoi modi, talvolta apparentemente bizzarri ma sempre saldamente motivati, di intestare i messaggi di posta elettronica con una sorta di ISBD, di nominare i gruppi di lavoro postali con una logica gerarchica o di impiegare termini italiani al posto dei più popolari anglismi (riservatezza per privacy, polizza di caratteri per character set, buste per headers…). Dall’uso di questi strumenti ho imparato anche le dinamiche dei gruppi di discussione per posta elettronica, un efficace modo asincrono di lavorare in squadra se ben impiegato, e ne ho perciò impostati io stesso per vari scopi. Sono dinamiche in parte mutuabili anche ai gruppi WhatsApp, comparsi quando Eugenio era ormai in pensione e credo abbia preferito dedicarsi a occupazioni cartacee e manuali.
Nel ragionare sui mezzi tecnici le sue parole erano talvolta volutamente spiazzanti, come lo schiaffo di Cellini che cita in uno dei suoi rari articoli, proprio perché mi stava considerando un interlocutore sufficientemente attento che avrebbe potuto ricordarsi quell’esperienza. Una volta che, da redattore web fedele alla sua linea di essenzialità tecnica, osservai che alcuni colleghi si lasciavano lusingare da CMS all’ultimo grido appoggiati a dei database, inaspettatamente rispose chiedendosi di che altro i bibliotecari a venire potranno mai occuparsi se non di database! Un paradosso volto a precisare la natura delle insidie da cui guardarci: non certo l’informatica in sé, che anzi era ciò che con AIB-Web stavamo imparando ad utilizzare, ma solo gli appesantimenti imposti da certi strumenti che qualcuno cerca di presentarci come indispensabili.
Questa preferenza per l’apprendimento a partire da problemi concreti mi disse di averla mutuata anche da un suo insegnante di scuola elementare ad Alpignano, il maestro Amore. Ed era forse l’attenzione all’insegnamento diretto e ai metodi di lavoro a renderlo invece piuttosto disinteressato a formalizzare le sue idee per iscritto, cosa che abbiamo perciò cercato di fare noialtri in diverse occasioni, compresa questa raccolta di contributi. In un paio di incontri di ISKO Italia il trucco è stato registrare il suo intervento, come sempre svolto improvvisando a braccio, e pubblicarne la trascrizione: accettandola ci ha chiesto di etichettarla comunque come “versione provvisoria” in attesa di possibili revisioni, a cui tipicamente in diciotto anni non ha più messo mano; sicché l’indicazione è ancora lì, in rosso come lui consiglia di scrivere gli avvisi temporanei. Ma tutto è sempre provvisorio e in evoluzione, anche grazie all’aggiornabilità del Web, per chi abbia soprattutto il gusto del fare artigianale dell’oggi, operando nell’indeterminata industriosità di una bottega del sapere.
Quando paragonai la sua preferenza per l’oralità a quella di Socrate, prontamente rispose con galanteria che tanto “basta trovare un Platone” che riporti le proprie idee, riconoscendo così al ruolo del documentatore un valore perfino sproporzionato se misurato con la grandezza di quei filosofi (e d’altronde sul piano dei contenuti siamo entrambi piuttosto aristotelici). Di fatto il suo insegnamento non ambiva ad alcuna speciale attestazione e si rivolgeva a qualsiasi campo e persona, nella comunicazione di esperienza tra due esseri umani. In occasione di una trasferta in Friuli per un incontro ISKO passeggiavamo in un gruppetto sul lungomare di Grado: all’orizzonte volavano degli uccelli marini e notai Eugenio indicarne qualche dettaglio a una bambina figlia di Lorena Zuccolo, coinvolgendola nel medesimo interesse per come funziona il mondo che a noi trasmetteva in altri contesti.
Indubbiamente era una generale curiosità per la conoscenza ad accomunare diversi di noi, seppur ognuno arrivato da percorsi ed esperienze differenti. Parlando del problema di scegliere i settori ai quali più valesse la pena di dedicarsi, sottraendo così inevitabilmente tempo agli altri (“Gli arcobaleni d'altri mondi hanno colori che non so”, ha cantato De André), Eugenio mi espresse forse la più generale delle sue idee, che spero di rendere qui a memoria con sufficiente fedeltà: quella cioè che in fin dei conti sia piuttosto indifferente da che parte abbordiamo la conoscenza, perché in tutto c’è qualche insegnamento e tutto fa parte dell’unico sapere.
Una visione esistenziale in qualche modo confortante, che ci riporta nuovamente al pregio dell’esperienza personale qualsiasi sia ed è in accordo con il valore universale di ogni sapere difeso dai bibliotecari. Idea che corrisponde a quello che le classificazioni bibliografiche chiamano “l’universo della conoscenza”, che esse si incaricano di suddividere in settori più specifici e maneggevoli.
Come è noto, le loro suddivisioni usualmente coincidono con delle discipline tradizionali, ossia con le diverse specializzazioni a cui i ricercatori scelgono di dedicarsi, sviluppando in ciascun caso particolari strumenti e metodi di studio. È questo invece un elemento di frammentazione, che in qualche modo fa di ciascuna disciplina un mondo a sé, isolato dalle altre, apparentemente in contrasto con l’approccio unitario al sapere. Ranganathan aveva infatti identificato per ciascuna classe disciplinare un diverso insieme di faccette, cosicché esse si potrebbero anche descrivere come “26 classificazioni diverse”, diceva Eugenio. A riportare una certa coerenza, in Ranganathan, sono le cinque categorie generali a cui le faccette si possono ricondurre — personalità, materia, energia, spazio, tempo (PMEST), che stimava ispirate più dalla filosofia della scienza dell'epoca di Spencer che dalla cultura indiana — e questo loro ordine di citazione standard, identificato come ben funzionante anch’esso su base piuttosto sperimentale a dispetto del razionalismo a cui è stata ascritta l’analisi a faccette.
Non sembrò invece riscuotere in Eugenio particolare interesse la mia idea di una classificazione che trascenda le divisioni disciplinari e si basi soltanto sulla sequenza dei livelli di organizzazione dei fenomeni naturali e umani, che comunque egli osservò corrispondere sostanzialmente all’ordine delle discipline, così come simili sono gli esiti della sistematica morfologica di Linneo e di quella evoluzionistica dei darwiniani: “Linneo contava i petali, Ranganathan guardava la pratica scientifica delle discipline correnti, ILC si riferisce alle classificazioni naturalistiche che si basano sull'evoluzionismo; nella pratica però tutte pervengono allo stesso risultato”.
Anche in questo caso, un occhio generalista sa ricollegare epoche e idee diverse in un’unica logologia, di cui potremmo identificare il centro nell’intenzionalità (nel senso filosofico del termine) dell’uomo che guarda il mondo. “Paroloni difficili”, commenterebbe Eugenio per riportarci all’esperienza immediata, anche se collegandoli alle sue conoscenze sterminate vi si orienterebbe tranquillamente.
L’uomo che ci ha insegnato a scrivere = (ISKO Italia. Documenti. La bottega del sapere) — <https://www.iskoi.org/doc/gatto/burioni.htm> : 2025.06.25 - 2025.09.17 -