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La bottega del sapere

Eugenio Gatto speleomane

di Giulio Gècchele


Mi presento rapidamente: nacqui nel 1937, a gennaio. Liceo scientifico a Verona, ingegneria mineraria a Torino. Dipendente del Politecnico dal 1961 al 2010. Praticai la speleologia dal 1958: membro effettivo del Gruppo speleologico piemontese (GSP) CAI UGET di Torino; esploratore e rilevatore di abissi dal 1958 al 1969 circa; istruttore nazionale di speleologia; volontario del soccorso speleologico; presidente del Gruppo speleologico piemontese; primo responsabile nazionale della Sezione speleologica del Corpo nazionale del soccorso alpino del CAI; vicedirettore centrale del Corpo nazionale del soccorso alpino del CAI.

Ebbi quindi modo di incrociare Eugenio sia al Politecnico, sia in grotta. Al Politecnico la frequentazione fu superficiale, lui mi era apparso sotto le potenti ali di Naldi e operante in zone distanti dal mio lavoro. In grotta fummo vicini dal '63 al '69, nelle esplorazioni e nel lavoro domestico nel GSP: entrò in Gruppo con il 7' corso di speleologia del 1963, fu membro effettivo del GSP dal 1964 al 1971. Mi preme ricordare che era del 1948, e che quindi stiamo parlando di un Eugenio Gatto di età compresa fra 15 e 23 anni.

Ripercorrendo la sua esperienza nel Gruppo io comincio dalla fine (circa) con un articolo di Andrea Gobetti sul bollettino del GSP Grotte (pubblicazione reperibile in rete all'indirizzo gsptorino.it):

Il mucchio selvaggio
Una volta, quando il vento soffiava dal nord e la falce lunare illuminava nella gelida notte d'agosto i bianchi lapiaz del Marguareis, capitava di vedere su queste lande desolate un popolo rozzo e terrificante. Privi totalmente di cultura, i più eruditi sapevano che la terra era tonda, i loro divertimenti erano pleistocenici e consistevano nel tirarsi blocchi di calcare, nel picchiarsi, nell'inseguirsi su per la cresta delle Galline: massima delizia era vagare ubriachi mettendo petardi nelle tende e vomitarsi addosso l'un l'altro [...]
Grazie all'operato dei missionari Gatto, Peyronel, Saverio questi bruti capiscono che i veri speleologi, gli istruttori 'colti e che sanno comunicare all'allievo la propria esperienza specifica, la propria cultura, la propria disciplina' devono passare un campo speleologico nei bar di Calagonone e finalmente gli entra in testa che le cantine sociali di Oliena e Dorgali, un tempo considerate la Mecca, sono da evitarsi con cura da chi 'in grotta ci sa andare e soprattutto sa insegnare che cosa sia la speleologia' [...]. Finché una notte, salendo sul passo delle Saline, colpiti dall'atavico spettacolo del Marguareis sotto la luna, c'è chi ha deciso di dire 'basta' a tutto questo, di far tornare il GSP un Gruppo speleologico, di farla finita con quei maledetti burocrati di Gatto e Peyronel, con quel gerontofilo di Cossutta, capaci solo a cacar sentenze. Il nostro nome: il mucchio selvaggio [...] Ci inciucheremo ancora sul colle dei Signori e ci picchieremo come una volta. Gatto, Cossutta ecc. se volete che discutiamo di queste cose, facciamolo pure, non sul Bollettino, sui pozzi dell'F-5.
(anno 13, n. 43: settembre-dicembre 1970)

Le parole di un giovane di 19 anni sono dure verso un Gatto che di anni allora ne aveva 22. E ingenerose! Eugenio era redattore del bollettino del Gruppo e stilava i resoconti delle riunioni del venerdì del Gruppo.

Ripercorrendo la sua carriera tramite le apparizioni sul bollettino, fu direttore del 14o Corso di speleologia:

13 febbraio 1970 - Introduzione alla speleologia (G. Baldracco - E. Gatto - G. Follis) - Si è data una spiegazione (troppo ampia e probabilmente del tutto inutile) di ciò che si sarebbe fatto durante il corso. Si sarebbe voluto che questa 'introduzione' forse costituita da brevi interventi di alcuni membri del Gruppo che dicessero in quale ramo si svolge la loro attività: si è pero dovuto troncare dopo l'intervento di Follis, vedendo che si sarebbero superati i limiti di tempo.
(anno 13, n. 41: gennaio-aprile 1970)

Fu direttore del 13o Corso di speleologia:

E' terminato il corso di speleologia, almeno per la parte di esso che era programmata: in pratica è necessario che il corso continui per lungo tempo, pur senza mantenere più la struttura formale, che a questo punto non sarebbe altro che una sovrastruttura; come è già stato fatto rilevare, il risultato del corso dipende molto da quanto il gruppo fa al termine di esso: se lo scopo primario è di avvicinare qualcuno alla speleologia, è poi necessario evitare che coloro cui la speleologia interessa si disperdano, dato che solo all'interno di un'organizzazione adatta è possibile contribuire con una certa efficacia al progresso della conoscenza speleologica.
(anno 12, n. 38: gennaio-aprile 1969)

Già da un po' di tempo alcuni di noi pensavano ad un rinnovamento dell'impostazione dell'annuale corso di speleologia: ci si è finalmente decisi ad una discussione, che ha portato al programma di questo 13° corso. Si tratta veramente di un rinnovamento? Probabilmente no; almeno sul piano teorico ci si è comunque resi conto di alcune manchevolezze che si andavano via via accentuando; non si vorrebbe però che tutto restasse nelle intenzioni, dato che il programma non è certamente la parte più importante.
(anno 11, n. 37: settembre-dicembre 1968)

Sperimentò nuove tecniche di illuminazione per fotografia e cinematografia (ahi! Fernanda, chissà se riuscì a sviluppare le pellicole che dovevano immortalarmi nell'F5 (sì, quello citato nel "Mucchio selvaggio") con il collant di mia moglie che teneva in posto sacchi neri della spazzatura a mo' di stivali da pesca economici!).

Ultimamente ho condotto, con l'aiuto di Giorgio Peyronel alcune esperienze allo scopo di determinare dati interessanti per la realizzazione pratica di films in grotta. Espongo qui i risultati delle più significative, riguardanti specialmente l'uso di lampade survoltate.
Innanzitutto ho cercato un tipo di lampada economico, dato che, survoltandola, avrebbe avuto una vita molto breve; la scelta è caduta sulle lampade OSRAM fHT 12 V - 100 W, reperibili abbastanza facilmente sul mercato, al prezzo di 320 lire ciascuna. Questo tipo di lampada [...]
(anno 11, n. 35: gennaio-aprile 1968)

Ho pensato di pubblicare queste note per iniziare uno scambio d'idee con le persone (spero che ce ne siano) interessate come me alla possibilità di girare dei films in grotta. Credo che questo permetterà di evitare sbagli fin dall'inizio, se non altro per non sprecare in esperimenti inutili i pochi fondi a disposizione.
Si pone immediatamente il problema dell'illuminazione. In campo fotografico la soluzione (flash o lampo elettronico) è già stata trovata, ma quando si tratta di film è molto meno semplice.
Mi hanno consigliato di girare i film interamente su materiale fotografico, ma penso che ne verrebbe fuori un lavoro noiosissimo, perchè non c'è possibilità di azione che non sia lo stucchevole movimento di macchina eseguito sulle fotografie, e un buon montaggio non basterebbe certo a nascondere la staticità di un film fatto in questo modo.
Ho pensato alle torce al magnesio, ma fanno tanto fumo che dopo un po' non ci si vede più, e non danno un'illuminazione costante, specialmente se esposte per qualche tempo all'umido delle grotte.
Mi è stato anche proposto di tentare con lampade a gas, e penso che questa non sia un'idea da disprezzare, pur non avendo ancora avuto modo di provarla.
(anno 10, n. 34: settembre-dicembre 1967)

Ma soprattutto si arrovellò su risposte a domande esistenziali, come quelle del perché si va in grotta.

G.S.P. = Gruppo speleofilo piemontese? Quando si cerca di spiegare agli allievi dei nostri corsi di speleologia l'utilità del rilievo topografico, vengono generalmente addotte due ragioni principali: esso è necessario per partecipare oggettivamente ad altri le impressioni personali riportate durante un'esplorazione ed inoltre per avere una base su cui costruire un successivo lavoro scientifico.
Appare quindi evidente che una mia proposta per migliorare questa situazione è di incentrare i prossimi corsi di speleologia sulla parte più propriamente scientifica, non col proposito di avere in Gruppo degli scienziati, ma degli speleologi veri, che, non essendo legati alle grotte soltanto da un interesse sentimentale, possano compiere un effettivo lavoro a vantaggio della speleologia. Penso che non ci si debba preoccupare del fatto che necessariamente il corso sarà tenuto ad un livello un po' più elevato di quel che si fa ora, con la conseguente minor partecipazione di allievi, perchè ormai al Gruppo non deve più interessare un aumento numerico, ma soltanto la formazione di nuclei di ricerca scientifica, che rendano il G.S.P. un Gruppo Speleologico e non un Gruppo Speleofilo. Ancora a questo scopo, la mia seconda proposta, da realizzarsi a più breve scadenza, è di organizzare discussioni e lezioni di aggiornamento per i membri del Gruppo, i cui testi, se ritenuti interessanti, vengano immediatamente aggiunti alle dispense dei corsi di speleologia e pubblicati sul bollettino.
(anno 10, n. 34: settembre-dicembre 1967)

Per informazione del lettore, molti si arrovellano tuttora su tale quesito, su cui io diedi risposta da subito, e di cui sono tuttora convinto. Questa risposta la rivelo per la prima volta qui ed è la seguente: chi va per un po' in grotta lo fa da speleologo (studioso di grotte) oppure da speleofilo (amante delle grotte) oppure mosso da mille altre ragioni (compagnia, sforzo atletico, fidanzato/a, ecc.). Se però ha fortuna e ne è predisposto diventa uno speleomane: la speleomania è una malattia mentale che dà dipendenza e contro cui non esiste antidoto; il sintomo principale è una smodata curiosità, portata in certi casi fin al limite della sopravvivenza; aggravante è il fatto che si estenda anche ad altri ambiti della vita del paziente, inquinandone l'esistenza.

Io ne sono tuttora affetto. Anche Eugenio Gatto contrasse, e in modo non lieve, la speleomania. E da quello che ho sentito questa mattina se la trasciṇ per tutta la vita, che il Signore lo abbia in gloria!

 


Eugenio Gatto speleomane = (ISKO Italia. Documenti. La bottega del sapere) — <https://www.iskoi.org/doc/gatto/gecchele.htm> : 2025.12.01 - 2025.12.02 -