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La bottega del sapere

Ricordo di Eugenio Gatto e del Centro di calcolo dell'Università

di Giulia Carpignano


La figura di Eugenio Gatto è indissolubilmente legata per me al ricordo dei miei primi anni di lavoro nelle Biblioteche civiche di Torino. Ci arrivai come aiuto-bibliotecaria assieme ad altri sei giovani nell'estate del 1980 a seguito di un concorso molto duro che doveva selezionare sette idonei su più di mille domande pervenute. Le tre prove scritte (svolte il 29, 30 e 31 gennaio nel Palazzo del lavoro di Nervi ovviamente non riscaldato) realizzarono già una prima selezione naturale...

In Civica eravamo attesissimi. La vittoria alle elezioni comunali del 1975 del PCI, che aveva espresso Diego Novelli come sindaco e Giorgio Balmas come assessore alla cultura, aveva dato una forte ventata di rinnovamento alle istituzioni comunali; per quanto riguardava le Biblioteche civiche la parola d'ordine era diventata: rafforzare il sistema bibliotecario urbano, cioè aumentare il numero e le potenzialità delle cosiddette biblioteche decentrate all'interno di una generale rivitalizzazione delle periferie, del "territorio", come si cominciava a dire allora; a questo dovevamo servire noi nuovi aiuto bibliotecari.

È da dire che all'apice direttivo delle Biblioteche torinesi non erano presenti portabandiera del PCI. Il direttore era Carlo Revelli, classe 1926; uscito giovanissimo dai SAP torinesi, aveva conseguito il diploma del liceo classico e poi la laurea in lettere già lavorando in biblioteca, diventando poi uno dei massimi e più attivi bibliotecari non solo italiani, ma europei. Coltissimo, estremamente modesto, fautore di una moralità e serietà ferrea sul lavoro, era alfiere della più alta cultura liberale torinese di stampo classico-letterario; la cura concettuale e materiale dei cataloghi (fra norme RICA e AACR2) il suo punto di forza. L'altra figura di spicco era la dottoressa Giselda Russo, molto più giovane di Revelli, cattolica, anticomunista, di cultura tecnico scientifica, e molto attenta alle novità provenienti dagli USA; infatti oltre ad essere responsabile del settore periodici e delle sale di consultazione si occupava anche della biblioteca dell'USIS, che faceva parte del Servizio informazioni e studi degli Stati Uniti, uno dei molti strumenti messi in atto durante la Guerra Fredda in chiave anti-sovietica e ancora presente in Civica, sebbene ormai molto depotenziata.

Fu Giselda Russo, intellettualmente coraggiosa, inquieta e alla ricerca di un suo diverso ruolo nelle biblioteche, a vincere le perplessità di Revelli e a creare i contatti con il Centro di calcolo dell'Università di Torino e quindi con Eugenio Gatto, e ad avviare così un esperimento pionieristico di applicazione dell'informatica alla descrizione catalografica. Certo anche la fantasia più sfrenata difficilmente avrebbe potuto immaginare l'incontro e la collaborazione fra due persone più diverse, direi quasi appartenenti a due mondi paralleli non fosse stato per la linea di tangenza costituita dall'"automazione", la formula quasi magica che si cominciava a diffondere: Gatto era altissimo, magrissimo, sempre in jeans e maglietta, capelli baffi e barba alla moschettiera, silenzioso, algido ed ermetico, sfuggente; Giselda era grassoccia, con la messa in piega sempre fresca, outfit alla Rosy Bindi, nervosa e di umore altalenante, sempre pronta ad esplodere. Passione extra-lavorativa di Gatto il flauto dolce e la musica medievale; passione extra-lavorativa della Russo la cucina e il giardinaggio. Entrambi persone con cui non era facile rapportarsi.

Eppure, ripensandoci ora, credo sia stato proprio l'incontro-scontro fra persone e mondi così diversi ed estranei gli uni agli altri ad esaltare le specificità di ciascuno, in un'aura di sperimentazione direi primordiale, in cui nulla era fatto per apparire — e tanto meno per guadagnare denaro — ma tutto per migliorare e far progredire un servizio, oltre che per rispondere a forti curiosità intellettuali e cercare di abbozzare per ciascuno (compresi noi che lì intorno ruotavamo) una visione di un futuro possibile nel vortice delle trasformazioni in atto.

Perché, se le biblioteche stavano vivendo epocali metamorfosi, anche il Centro di calcolo universitario era al centro di quel turbine portato dall'informatica e dalle sue applicazioni tutte da scoprire. Non so francamente quando fosse nato, ma nel 1980-1981 quando lo conoscemmo noi nuovi assunti delle Biblioteche civiche, il Centro era una specie di vivacissima zona franca che nulla aveva di accademico, dove lavoravano attorno al "cervellone" centrale (cioè il mitico calcolatore) le poche persone che in Torino sapevano di informatica, in quanto la facoltà specifica era nata da appena tre anni (se ben ricordo), quindi non c'erano ancora in circolazione operatori di qualsivoglia livello che potessero vantare grande esperienza in materia. I più ferrati erano proprio coloro che nel Centro lavoravano ormai da tempo: una quindicina di giovani, fra cui Eugenio Gatto, Aligi Michelis e Claudio Masiero (che erano coloro con cui noi delle biblioteche avevamo a che fare), neanche uno ancora laureato in qualsivoglia disciplina, se ben ricordo, ma tutti dotati di eccezionali teste pensanti. Li ricordo tutti molto bene. Più in generale possiamo dire che quello fu un momento straordinariamente innovativo per le istituzioni culturali di Torino, o almeno per alcune di esse, di cui va dato merito a "cani sciolti" come i personaggi appena citati, a funzionari come Carlo Revelli e Giselda Russo (cui mi piace accostare Rosanna Roccia dell'Archivio comunale), ma anche all'assessore Balmas, poco amato all'epoca e presto dimenticato, che invece pose eccezionali pietre miliari che ebbero la forza di durare anche con successive amministrazioni: Settembre musica, i Punti verdi, i concerti della domenica pomeriggio, per non dire della ineguagliata mostra Cultura figurativa e architettura negli stati del re di Sardegna, e di molto altro ancora.

All'interno di tutto ciò il mio destino non furono le biblioteche decentrate, ma l'ufficio periodici della Civica centrale, dove nel frattempo si erano create carenze di personale. Fu così che Giselda Russo mi coinvolse anche nei tentativi di automazione. Non ricordo molto bene i vari passaggi, ma credo che uno dei primi passi sia stato un corso di introduzione alla logica binaria tenuto al Centro di calcolo da Aligi Michelis con infinita pazienza verso noi bibliotecari che da anni non avevamo più nulla a che fare con concetti matematici. Poi ci furono i primi inserimenti di descrizioni catalografiche su supporto informatico, eseguiti da me (e forse anche da altri? Libri o periodici, o entrambi? Non ricordo) presso il Centro stesso, sotto la diretta supervisione di Gatto, che mi intimidiva moltissimo.

Questo percorso di ricerca e di sperimentazione durò poco: dopo pochi mesi, o un anno, il Centro di calcolo venne smantellato e il personale che vi lavorava disperso, disperdendo contemporaneamente anche parte (mi verrebbe da dire) del patrimonio intellettuale cumulato, non fosse per alcuni risultati tutt'altro che scontati in campi fra loro molto diversi. Così Leonardo Gribaudo andò a lavorare all'ARPA studiando le applicazioni dell'informatica alla cartografia, mentre Michelis, Masiero, Maria Rosaria Cagnazzo e Sergio Iovacchini passarono alla facoltà di Archeologia, occupandosi i primi tre di restituzioni tridimensionali delle conoscenze relative a Babilonia, e Iovacchini di quelle relative a Pompei, con particolare riguardo ai tetti per finalità di restauro e conservazione. Eugenio Gatto continuò ad occuparsi di biblioteche.

L'automazione delle biblioteche civiche torinesi ovviamente andò avanti, ma in maniera — mi parve — più sfilacciata e al contempo più istituzionalizzata; altri vi parteciparono ben più di me e possono ora ricordare i ruoli successivamente rivestiti da Gatto e da Giselda Russo, oltre che da Revelli, in un percorso che vide comunque le istituzioni civiche all'avanguardia.

Personalmente non ho vissuto una personale conversione verso l'informatica ed i computer, tutt'altro; anche il mio percorso professionale si staccò dall'ambito bibliotecario verso i musei; ma questa esperienza mi servì moltissimo, in primo luogo per interiorizzare il concetto di normalizzazione e la sua applicabilità o meno ad altri ambiti disciplinari; in secondo luogo per vedere poi i pericoli di processi di automazione affrettati e superficiali che hanno più il carattere di repulisti di imbarazzanti materiali cartacei pregressi che non di arricchimento dell'esistente. In questi più di quarant'anni non ho mai dimenticato una frase lapidaria di Aligi Michelis: i più pensano che per fare ordine in registrazioni pregresse basti trasferire cumuli di carte su supporto informatico, ma non è esattamente così! In terzo luogo la frequentazione sia pure episodica di persone che sapevano unire, sia da un punto di vista esistenziale, sia concettuale, cultura umanistica e cultura scientifica mi confermò nelle mie personali convinzioni (e ossessioni) sui legami indissolubili con il passato da salvaguardare negli interventi sul patrimonio pubblico, guidandomi per esempio nel mio lavoro (sia pure non decisionale) del restauro del Borgo medievale. Questa convinzione (che porta in sé molte problematicità, s'intende) mi fa ora guardare con grande disagio alla soppressione del catalogo cartaceo nella Biblioteca civica centrale, così come a suo tempo mi aveva non poco turbata la nuova destinazione data in Palazzo Madama alla Saletta aostana, che pure era stata volutamente mantenuta intatta dal primissimo allestimento del Museo, quasi un esibito DNA. L'automazione, la tecnica, non dovrebbero aiutarci a superare le rotture e gli iati piuttosto che essere alibi per crearne di nuovi?

 


Ricordo di Eugenio Gatto e del Centro di calcolo dell'Università = (ISKO Italia. Documenti. La bottega del sapere) — <https://www.iskoi.org/doc/gatto/carpignano.htm> : 2025.10.27 - 2025.10.27 -