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La bottega del sapere

Il mio ricordo di Eugenio Gatto

di Luca Burioni


Era un pomeriggio di un giorno qualunque fra il 1992 e il 1994, più probabilmente il 1994, quando ricevetti una telefonata; all’epoca in ufficio non avevamo i telefoni diretti, quindi qualcuno avrà risposto e mi avrà annunciato: «Eugenio Gatto, dal Politecnico di Torino».

Per me allora Eugenio era un indirizzo mail, cid@polito.it o al massimo una sigla ‘EG’, che appariva di frequente nei messaggi ‘di servizio’ sulla lista di discussione AIB-CUR, nata nel 1992. Avevo conosciuto AIB-CUR al convegno Oltre la carta di Firenze nell’ottobre di quell’anno e mi vi ero iscritto su consiglio di Alessandro Bertoni e Anna Maria Tammaro; all’epoca i privati che in Italia disponessero, non dico di un indirizzo Internet, ma solo di una casella di posta elettronica erano pochissimi, la mia libreria era fra questi grazie al servizio di IUnet, praticamente il primo Internet provider italiano, realizzato da Joy Marino, docente all’Università di Genova e pioniere di Internet in Italia [1].

Risposi con una certa curiosità e anche con l’interesse reverenziale che una istituzione prestigiosa come il Politecnico di Torino suscitava in me. Dopo gli scarni convenevoli, più probabili da parte mia, considerata l’essenzialità della comunicazione di Eugenio, si venne al motivo della telefonata: era da poco stato messo sul mercato il CD-ROM del database dell’ISSN [2] ed Eugenio era interessato a vederlo, a provarlo, capirne meglio contenuti e funzionamento. Io proposi di andare a Torino a fare una demo, immaginando già un’auletta con un certo numero di bibliotecari e in prospettiva un rapporto commerciale con il Politecnico, che allora non era nostro cliente. Ma Eugenio con mia grande sorpresa rispose, con la sua bella voce profonda: «vengo io a Genova»!

Bisogna anche sapere che. di tutte le basi dati su CD-ROM che erano allora disponibili, quella dell’ISSN era di gran lunga la meno appealing, un elenco di riviste e periodici di tutto il mondo, descritte con dati assai scarni e francamente poche informazioni utili, a parte il codice ISSN. Quella di Eugenio credo che sia stata l’unica manifestazione di interesse su questa risorsa nell’arco di una decina d’anni. E chi ha conosciuto Eugenio sa che la coincidenza non era casuale!

Così, una mattina andai alla stazione Principe ad aspettarlo (o forse lui rifiutò cortesemente la mia proposta ed arrivò in ufficio con mezzi propri, non ricordo). L’incontro iniziò certamente con il leggero inchino con cui Eugenio, pizzetto alla D’Artagnan e quasi sull’attenti, usava salutare le persone che incontrava, ci mettemmo quindi subito davanti al PC a guardare il CD-ROM, poi forse andammo a pranzo e quindi Eugenio ritornò a Torino.

Dal punto di vista commerciale l’incontro fu un fallimento, l’interesse di Eugenio era squisitamente tecnico, le prospettive che il Politecnico diventasse un nuovo cliente erano uguali a zero. Pochi giorni dopo, però, mi arrivò una puntuale recensione della banca dati!

E sicuramente anche quella volta Eugenio avrà usato quella parola che usava così spesso e che gli era così caratteristica, quel «tipicamente» che da allora è entrato anche nel mio lessico e che oggi a volte provoca reazioni un po’ sorprese in chi mi sta ad ascoltare!

Fu l’inizio di una lunga amicizia, che passando per l’interesse professionale sarebbe arrivata al personale, in una relazione sempre molto essenziale e riservata, ma sincera e a suo modo affettuosa.

Nei mesi successivi, soddisfeci comunque la mia curiosità e andai a trovarlo a Torino: credo che mi venne a prendere a Porta Nuova con la sua 500 azzurra, con il sedile di guida completamente arretrato, ben al di là della fine delle guide e probabilmente saldato in quella posizione in modo da poter accogliere le sue lunghe gambe. Ebbi così modo di visitare il suo ‘antro’ al CID (Centro interdipartimentale di documentazione), da dove — fra l’altro — amministrava quotidianamente AIB-CUR. Iniziò così una collaborazione professionale, ad esempio con un corso su Internet per bibliotecari presso la nostra Università, che mi pare si chiamasse Il filo di Arianna e che Eugenio tenne con la scrupolosità che gli era abituale, ma anche con la diffidenza verso tutte le mode e tutti gli hype.

Seguì poi nel maggio 1995 un seminario all’Università di Bologna dedicato alla distribuzione di risorse bibliografiche e documentarie via Internet le cui conclusioni gli furono affidate. Il titolo dell’intervento era ‘Alla prova del fuoco, il bibliotecario è salamandra, o semplicemente refrattario?’ e non sto qui a sottolineare come avesse generato molte aspettative. Eugenio aveva ben individuato la «prova del fuoco» a cui sarebbero state sottoposte le biblioteche e i bibliotecari negli anni a venire: pochi capirono in tempo, molti si limitarono a seguire le mode e a farsene promotori. [3]

Quindici giorni dopo morì mio papà ed Eugenio e Fernanda, cosa di cui resto loro molto grato, scesero a Genova per i funerali, accompagnarono il feretro al cimitero e quindi, assieme a Nicoletta, mio figlio Matteo e agli altri amici — tutti di più lunga data — parteciparono a un pranzo nel giardino della casa al Righi con una pastasciutta improvvisata da un vecchio commilitone napoletano di mio papà.

E probabilmente è in quell’anno che iniziarono gli incontri di Mogginano, ispirati da Claudio Leombroni e Giovanni Bergamin, così chiamati perché il primo ebbe luogo a Mogginano in provincia di Arezzo, dove Gianna Megli, una collega di Bergamin alla Nazionale di Firenze, aveva una casa. Credo che Eugenio e Fernanda partecipassero già da quel primo incontro, ma certamente furono presenti a tutti i successivi: ci furono ‘brainstorming’, come li chiama ancora adesso Claudio Leombroni, a Cavi di Lavagna e a Lorenzana in provincia di Pisa: erano due giorni con le rispettive famiglie, con le mogli o le compagne, con i figli, a ragionare senza ordine del giorno, a impastare le piadine, a cuocere la pizza nel forno a legna, a chiacchierare ai bordi della piscina dove i ragazzini sguazzavano, ignorando le nostre chiacchiere. C’è una foto di uno di questi weekend dove si vede Eugenio che, raccolte delle canne da un vicino canneto, costruisce con grande perizia tecnica un flauto per Tommaso Petrucciani e prova a suonarlo, sotto l’occhio attento e interessato degli altri bambini.

Alle occasioni professionali si accompagnarono quelle gastronomiche, sempre in compagnia di Antonio Scolari e Fernanda Canepa: ricordo un gigantesco cuscus fatto a regola d’arte, con Eugenio che si era portato da Torino la sua speciale cuscussiera, dono o eredità di una domestica marocchina e la gallina, proprio la gallina non il banale pollo, acquistata con occhio esperto al nostro Mercato Orientale; e anche una bagna cauda ‘da disciplinare’, anche qui con le verdure e gli altri ingredienti acquistati a Porta Palazzo e le pentole di rame portate appositamente da casa: sul fondo di ogni pentola o pentolino era segnato con un pennarello indelebile il peso, in modo da poterle pesare piene sottraendo la tara. Sistema che da quella volta ho adottato anch'io, almeno per le pentole in cui cuociamo le marmellate.

Arriviamo così alla primavera del 1998 e al Congresso Nazionale dell’AIB a Genova: Eugenio e Fernanda furono nostri ospiti e alla mattina scendevano al Porto antico con la funicolare del Righi assieme a Nicoletta. Ad ottobre di quell’anno nacque il nostro primo figlio, Elia; in tale occasione decidemmo di piantare un albero in giardino e chiesi consiglio a Eugenio, che mi suggerì la Koelreuteria paniculata, detta anche albero della pioggia d’oro. Una scelta, come è ovvio trattandosi di Eugenio, non triviale.

Riuscii a procurarmi la pianta, ma a questo punto Eugenio si offerse di aiutarci a metterla nel terreno. Ci fu quindi un altro weekend con Eugenio e Fernanda, questa volta dedicato non alla gastronomia, ma alla botanica. Non so come avrai fatto, con la mia scarsa manualità e poca familiarità con le piante in genere, a trapiantare l’alberello senza l’aiuto di Eugenio! Ora quell’albero non c’è più, ma ci restano le fotografie di quel giorno, con Eugenio vestito come sempre da città, con le scarpe con le stringhe, mentre scava una buca con la vanga o controlla la verticalità del fusto con il filo a piombo, appositamente portato da casa.

Sì, perché le tasche di Eugenio erano un po’ come quelle di Eta Beta: oltre al consueto mozzicone di matita, dalle sue tasche uscivano volta per volta la lente di ingrandimento, il coltellino multiuso, un cannocchiale, un calibro, una cordicella e mille altri aggeggi utili o soltanto inconsueti (seguirò poi anche io il suo esempio, adottando per un certo periodo il trucco del mozzicone di matita, comodo ma non ingombrante).

Ci furono poi molti altri incontri e nel tempo quelli di amicizia presero il sopravvento su quelli professionali: qualche giorno in Val d’Aosta, così vicina a Torino, dove noi passavamo le vacanze estive e dove si andava per qualche passeggiata, lui rigorosamente con le scarpe da città e la lente o il coltellino pronti all’uso, per esaminare qualche esemplare botanico o qualche formazione rocciosa; ancora oggi, quando cammino per i sentieri e vedo le inconfondibili piante con le grandi foglie raccolte attorno all’alto fusto, mormoro sempre fra me e me: Gentiana lutea, come ben ci insegnò lui un’estate. Oppure si andava in un vicino pascolo, una bella balconata con alcuni grandi massi, alcuni anche piuttosto alti su cui tutti, giovani e meno giovani, provano almeno una volta a salire; e lì, le mani appoggiate alla roccia, mostrava ai nostri bambini come arrampicare.

Erano gli anni in cui assieme con Fernanda stavano sistemando la nuova casa di corso Regina ed Eugenio era alla ricerca di listoni di legno per la pavimentazione, non un volgare parquet, ma delle vere e proprie assi, di lunghezza, larghezza e spessore appositamente studiati. Non c’era baita, rifugio, ristorante in cui entrassimo dove lo sguardo non andasse a terra e non iniziasse una disamina accurata del pavimento e di quanto si avvicinasse o si allontanasse dal modello ideale.

Un’altra bella e importante occasione fu, nel giugno 2009, la visita alla tipografia Tallone, ad Alpignano. Eugenio aveva organizzato tutto e ci trovammo sul posto un sabato mattina, noi con i nostri figli Elia e Gionata, Alberto Petrucciani con Tommaso e quindi Antonio e Fernanda. Fu una nuova opportunità per concederci il piacere di incontrarsi con le famiglie attorno a un interesse professionale per il libro e le sue tecniche.

In seguito, negli anni in cui mio figlio Elia studiava a Torino e di quando in quando avevo bisogno di un pretesto per vederlo senza apparire invadente, mi inventavo un impegno con lui e lo trovavo sempre disponibile ad incontrarmi per un caffè o una birra in un bar del centro e ad intrattenermi fino che non fosse arrivata un’ora non sospetta.

Negli ultimi tempi ci si incontrava prevalentemente a settembre, quando lui e Fernanda facevano abitualmente una breve vacanza a Camogli. Era allora l’occasione di una cena nel borgo, di una passeggiata verso San Rocco dove Eugenio faceva la sua scorta annuale di gallette del marinaio nel negozietto di specialità alimentari che si apriva lungo la crösa, gallette che venivano poi usate durante l’anno, per esempio nella zuppa di cipolle; o di un pranzo a Genova, a volte poco prima di prendere il treno del ritorno, a volte ancora con Antonio Scolari e la moglie Fernanda. L’ultima volta, pieni comunque di speranza per un’evoluzione positiva della malattia di cui eravamo stati messi al corrente forse un anno prima, l’incontro si concluse con una visita al Museo del Mare, che tutti d’accordo trovammo, almeno in parte, deludente.

Ma l’esperienza irripetibile e il ricordo più vivido resta la visita alla casa di corso Regina, una vera wunderkammer, un gabinetto delle meraviglie: un privilegio e per converso un passaggio indispensabile per capire chi era veramente Eugenio, non solo e non tanto l’uomo che ci ha insegnato come si sta su una piazza virtuale o da cui ho imparato come funziona quella cosa ormai antiquata che è una lista di discussione e altre innumerevoli tecniche di comunicazione efficace ed essenziale, ma piuttosto un vero uomo del Rinascimento, uno scienziato e un umanista enciclopedico, capace di usare, con la stessa attenzione, delicatezza e precisione, la matita su un foglio di carta quanto un bulino su una lastra di rame, la tastiera di un pc (o meglio di un terminale, rigorosamente con il set di caratteri US-ASCII a 7 bit, tutto il resto erano «schifezze») quanto quella di un clavicembalo, che guarda caso aveva progettato e costruito del tutto autonomamente.

Eugenio era per me, che sono onnivoro ma superficiale, una sfida permanente, senza alcuna implicazione competitiva o accademica. Perché Eugenio non era solo l'uomo del sapere, ma anche e soprattutto l’uomo del fare: imparata una cosa, sentiva l’obbligo quasi deontologico di metterla in pratica, di vedere se reggeva alla prova di realtà, con una fedeltà quasi commovente al metodo empirico del proverbio ‘the proof of the pudding is in the eating’ [4].

Un uomo del futuro e un uomo del passato, un uomo del presente, un uomo nel tempo.

Ciao, Eugenio, vieux garçon, sei stato per noi una presenza vera ed un incontro autentico.

[15/06/2025... anzi 2025-15-06]

Note

1 Su Joy Marino si può vedere: <http://cctld.it/> e, in particolare, <http://cctld.it/storia/biografie/marino.html>. Non sembri fuori luogo questo riferimento a Joy Marino: al netto di una certa diffidenza che Eugenio aveva per gli accademici, credo che se si fossero conosciuti si sarebbero piaciuti, se non altro per essere entrambi, nei rispettivi campi, dei solidi innovatori. Devo aggiungere inoltre un disclaimer, per non sembrare millantare una conoscenza personale che non c’è stata: ho conosciuto IUnet e le possibilità che offriva, grazie agli amici Luigi Marra e Nino Boccalatte.

2 <https://portal.issn.org/resource/ISSN/1018-4783>

3 Eugenio Gatto, Alla prova del fuoco, il bibliotecario è salamandra, o semplicemente refrattario?, in ESB Forum <http://www.riccardoridi.it/esb/bo95-eg.htm>

4 Credits to Maurizio di Girolamo.

 


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